sabato 17 luglio 2010

domenico olivero-recit


La mela marciva nell’angolo del corridoio, mentre lentamente un filare di
formiche cercava di recuperarne porzioni di alimentazione. Sul loro tragitto il
difficile veniva, dopo aver raccolto macerie di cibo, nel superare una massa
corporea aggrovigliato da lacci di cuoio, che lentamente sussultava. Oltre
finiva il pavimento di marmo per aprirsi un prato e poco più in là, sul bordo
di una pavimentazione sotto una potente moto, un fessura, l’ agognata tana.
Antro oscuro di vita e di protezione, luogo in cui ogni cosa aveva un suo
rigoroso ordine e una immutata strategie ancestrale. Qui lentamente si
consumava il tempo e non c’era passato o futuro, tutto era attuale. Come l’
attimo in cui la mela, andando di traverso aveva quasi soffocato l’uomo che
stava preparandosi per un gita motociclistica, nella caduta l’uomo aveva perso
i sensi e il pomo era fuoriuscita spappolandosi contro il muro.


Rotolava rapidamente senza incontrare ostacoli, di tanto in tanto, solo
qualche piccola asperità del terreno, produceva un balzo più grintoso, quasi
volesse proseguire verso il cielo. Ma continuava imperterrito il suo tragitto
lineare strisciandosi lentamente, consumandosi, lasciando una scia di rosso
sangue, intensa e fluida. Accelerava sempre di più e la trasformazione rendeva
questo precipitare così dolce ed affascinante, alla fine incontrò una roccia e
si squartò facendo uscire tutto la sua massa in mille fibre e inondando del
porpureo colore la roccia.
L’arancio era sfuggito al bambino che, stava sul dorso della collina,
meravigliato rideva di questa scena così dinamica. Un attimo prima ferma sul
pavimento, l’arancio fu causa dell’involontaria morte della madre del pargolo,
caduta con uno scivolone che aveva procurato la partenza di questa
irrefrenabile fuga.